Bolla

Eravamo sempre li, eravamo persi, qualcuno avrebbe potuto aiutarci ma... non c’era una ricca ricompensa a disposizione, ognuno di noi aveva messo del suo per racimolare in modo modesto e onesto quel compenso, ma niente, nessuno accorse in nostro aiuto.
Furono tempi difficili, noi intrappolati tra le onde, gli scogli, i pescecane e i cani, tra di noi c’erano dei cani, ammaestrati a fare quello che non pensavamo fosse possibile fare, erano i nostri sostituti in piena regola, quando qualcuno di noi mancava all’appello come timoniere, ecco subito uno di quei cani pronto a sostituirlo, erano indispensabili, avvolte cucinavano, spesso pesce, non avevamo grandi pretese certo, era pur sempre una situazione di emergenza la nostra, tra le onde, i tuoni e le tempeste, non si può pretendere molto.
Molto spesso mi capitava di prenderne a calci qualcuno, in realtà non badavo molto a chi tiravo calci, un cane, un timoniere o un moribondo abbandonato a se stesso, in attesa di acqua potabile, come se l’acqua potabile potesse scendere dal cielo.
Ci raccontavano di quelle grandi bevute di acqua frizzante, quando c’era benessere, quando tutti eravamo stracolmi di salute, non come ora, ridotti a sognare un po di acqua frizzante.
Lontano da noi c’era una piccola isola, la riuscivamo a vedere molto bene, era chiarissima la visione, non si trattava di un miraggio, ne ero certo, era una bellissima isola, piccola ma bella, brillava quasi. Proposi come ogni giorno all’equipaggio di attraccare su quell’isola ma niente, la risposta fu sempre negativa da parte loro, dicevano sempre che una volta sbarcati li saremmo rimasti li per sempre e avremmo perso così la speranza, meglio combattere tra le onde, gli scogli, le tempeste e i pesce cane, dicevano. 
Speravo ogni giorno in un loro ripensamento, ma la risposta fu sempre negativa, non ci rimanevo male, ormai ero abituato, sia alla loro estrema convinzione che qualcuno ci fosse venuto in salvo, sia alla mia condizione di petulante e fluttuante conversatore. Ero io che portavo avanti i discorsi in quel luogo, nessuno fu più in grado di emettere un suono dopo il primo mese, erano stanchi, molto stanchi, io no invece, seppur non avendo ancora bevuto dell’acqua frizzante, mi sentivo pieno di forze mentali, quelle fisiche mi abbandonarono un po prima, forse pochi giorni dopo il primo ammutinamento, quando uno di loro cercò di uccidere tutti gli altri, diceva che era il suo dio a comandarlo, proprio come in quella storia di cui non ricordo il nome, a quanto pare non ci riuscì, dopo una lunga lotta a mani nude lo uccisi e lo gettai in mare. Mi consumò parecchio quella lotta, durò per ore, ore e ore a combattere contro quel mandante misterioso eletto da un essere divino a cui non dovevo nulla.
Dopo qualche mese presi una decisione definitiva, ero pronto a scappare da quel luogo, non ero più me stesso, mi sentivo perso ormai. L’isola era sempre li, brillava, mi gettai in mare, quelli dell’equipaggio cercarono di fermarmi invano, mi lanciavano reti, funi, cani e pescecani, ma niente, ero pronto a raggiungere quell’isola, mi urlavano che non avrei potuto avere nessuna possibilità di raggiungere quell’isola, che ero un pazzo, un uomo morto, ma io ero stanco di ascoltarli, volevo raggiungere il mio obbiettivo, l’isola era il mio obbiettivo e nessuno avrebbe potuto più fermarmi. 
Nuotai per un po, mi voltai e non vidi più quel luogo circondato da negazioni.
Dopo qualche istante giunsi a casa.

1 commenti:

Paola Think'n'Tell ha detto...

Ogni tanto tutte le me che convivono, si comportano esattamente come i tuoi compagni di viaggio, lotte intestine, scazzottate, tentativi d'ammutinamento... Mi si parano davanti per nascondere la sagoma di un'isola da raggiungere oppure remano controcorrente per impedirmi di raggiungerla. Forse bisognerebbe seguire la tua metafora, lasciare inascoltate le loro voci stridule o roche che ripetono no... e respirare l'aria di quell'isola lontana ma così familiare

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