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Concezioni Divise

Alcune postille di impronte passate al di sopra di ogni calunnia mediatica che faccia da paraspigoli per un assetto di una sana giuntura globulare.
Diversi livelli che ne intuiscano il motivo, l’ebrezza di un mattino si propone con una nuova veste al rinvigorimento di giovani cuori affamati di nuovi passi.
Si cerca l’annullamento della ragione per oltrepassare il fiume in piena.

Sezioni

Nel primo sguardo: un uomo assale la sua immagina inquieta, proietta se stesso in una casta destrutturazione della sua esistenza. Si rinnega e cancella le sue orme. Solo e affaticato da atti violenti che commetterà verso un suo etereo pensiero. Il gioco ha inizio e non riesce a sacrificare nessun agnello, vede poco, stanco e affievolito da una lotta contro la fugace resistenza del suo stato gratuito di libero cittadino. Nella sua mente affiorano ricordi strazianti, un cane inseguito dalla fame, un gigantesco presagio che fa lava su varie escandescenze a tratti giocose.


Nel secondo sguardo: tre anfibi, una corona che si succede da padre in figlio, il figlio viene a mancare per un grave incidente di percorso, le vene dei suoi sogni esplodono, diventa carne e rimane sotterrato all’interno di un frigorifero ancora collegato alle speranze di una cascina abbandonata. Il primo anfibio giocherà una parte importante per la precedente madre terrena, diverrà carne e continuerà il ciclo del papa operato al basso ventre. Tutto avrà una sottile linea di pensiero settecentesco senza pause e ripensamenti.


Nel terzo sguardo: due santi si osservano e cigolano lentamente verso un chiosco statico, ruote forate e un destino da atleta per il guardiano, viene indicato ripetutamente da alcuni passanti e dallo zio, figura chiave che da anni occupa un ruolo di primario interesse per le industrie farmacologiche circostanti. Fogli strappati e una cappa di fumo che annebbia i ricordi. Tutto riaffiora nuovamente.


Nel quarto sguardo: per qualche ora non succede nulla di rilevante, solo un evento di poco conto interrompe la messa inscena, un liquido amalgama le vite degli abitanti sopravvissuti all’indicente domestico del momento prima. Si ritorna in piccionaia, due vigili fischiano a una donna sudata, nessun imbarazzo se non per le uova schiuse qualche ora dopo, niente viveri, niente acqua, solo uno schermo rotto. L’imbarazzo aumenta quando il coperchio del locale si frantuma, evaporando cerca di far leva sulla sua saggezza controbattendo “Nessun uomo è in realtà sociale”. Da premettere che l’azione si svolge mentre tenta di pagare il biglietto d’uscita. Due indigeni rimangono inevitabilmente imbarazzati mentre osservano un camice da chirurgo taglia xxxl abbandonato su una poltrona.


Nel quinto sguardo: si ritorna al presente, una tavola imbandita di frutta secca e una bottiglia di vino  vuota. Una signora anziana riavvolge il nastro utilizzando la sua giovinezza, qualche perla di saggezza da parte del passante fa ricordare che non ‘fa mai male’. Un saluto, un bacio, un abbraccio e una stretta di mano, pacca sulla spalla e un dito che indica un tempo, le lancette esistono solo per metà e familiarizzano facilmente con i loro vicini di cuccia. Alex e Xela si presentano a uno specchio, sono vicini da una vita e mezza, l’altra metà l’hanno trascorsa in sala montaggio, cercando di capire da dove provenisse il loro zio preferito mancato qualche giorno prima.


Nel sesto sguardo: una beffa dopo l’altra i segnali di raggruppano in un candido e luminoso segnale, è il segno di quelle esperienze che non mancheranno ai due passanti, cercando di far leva sulla luce, il segnale afferra per mano la donna sudata e raggiunge l’uscita. Vicino alla loro rigogliosa margherita, che un tempo impartiva lezioni di atteggiamento solidale, troviamo un coraggioso e sudato burattino accompagnato da una gruppo affiatato di sette sodomiti ricuciti per l’occasione, qualche istante dopo tutto avrà inizio. Uno scriba, un cameriere scostumato che fa abbondante uso di ciniche metafore e una brava persona che tenta di vivere camminando sul cornicione di un’appartamento ricostruito quarantadue anni prima utilizzando materiali di scarto.


Poco da collegare, molto da fare per mangiare.

Linea

Gentili congiunzioni si raccontano a ritroso,
nel cemento ne detestano gli incessanti moralismi,
si proiettano nell'atrio di piaceri multiformi
e nel più alto pregiudizio ne godranno insani e ciechi.

Glorie semplificate a insinuazioni di un presente,
riconfermando serrature di padrini poco scomodi,
si rimarcano macerie sempre lucide e fatali
e in quel poco si trascinano varie orme già datate.

Manca l'elezione di un futuro realizzato
che si avvale incoerente di frattaglie ammutolite,
confermano l'origine di quello che rimane
e nel dunque coraggioso giungeranno ad ascoltare.

Porta

Languida, selvaggia, sorgente depurata,
circondata da miserie dove il vano si rimarca.
Gentile nel servire i manoscritti di speranza,
collaudati da quei poveri e sarcastici di razza.


Facili i discorsi ben durati in ogni luogo,
riecheggiano nelle fosse non comuni per istinto.
Serali resoconti di lavori millenari,
rincuorano in passaggi formalmente ricreati.


Lentezze poco chiare in serpeggi monotono,
calpestano gli ornati sentimenti poco chiari.
Nel corpo del solista saliranno solo danni
che da libere strettoie albeggeranno l’indomani.

Concilio

Vivide pressioni di contatti in vano affanno.
Sapori di mancanze soffocate da rimandi.
Conquiste già segnate, sorridenti e impolverate.
Divini abbracci celeri di riflessi dimenticati.


Distruggono nell’organo più alto e veritiero
da tempi riaggiornato in ogni calda metratura,
s’innescano memorie fluttuanti in freddo coma
e nel capire il fondo svuoteranno altre gioie.


Sguardi ormai chinati e dissacrati dalle idee
si scambiano i segnali delle mimiche mancanze,
il solo atto puro ne rimanda la disfatta.
Nel tempo del candore si vorrà solo del buio.


Accolgono nell’area quelle forme già divise.
Rincorrono se stessi quando il lutto è appesantito.
Dei falsi e brevi crampi non si remora il dolore,
con presenza li nel tutto si ritorna al vero amore.

Ieri

“Siete pregati di rendere nota a uno dei più grandi comunicatori della storia”. Frasi dette li per li, come se realmente qualcuno dovesse render nota a qualcun'altro per qualcosa che non realizzerà mai. Metodi per sviluppare il senso di colpa altrui e osannare sistematicamente il proprio ego avvilito dalle intemperie del quotidiano, terapie in grado di smuovere matasse di pensieri arrugginiti e promuovere irritanti terrorismi paradossali.
Qualcuno pensava a mandare avanti le cose utilizzando teoremi troppo lontani da un contesto contemporaneo nel quale stentavamo a respirare, troppo confuso, dove l’ipocrisia aveva ormai raggiunto il massimo storico nei più svariati campi di diffusione della propria ragione: “Ci sono anch’io”, si sentivano frasi del genere in quei convegni, dove si sapeva benissimo che nessuno avrebbe dato conto a nessun’altro, erano li che indossavano vestiti firmati da loro stessi, solo per apparire, autorappresentarsi nel modo più giusto e ponendo al centro di tutto il loro indiscutibile gusto.
Ognuno contribuiva con del suo, dando sfogo a tutti i colori della propria creatività, lasciata rinchiusa in quegli scatoloni di cemento avvolti da uno strato di ‘Sperimentazione formale’ per troppo, troppo tempo.
Erano gli anni delle esagerazioni, degli eccessi per via di una scatenata riformazione delle menti, erano tutti certi che si potesse trovare un modo migliore per scavalcare il problema più angusto che ripetitivamente intralciava l’ordine della ricerca.
Ad ogni pausa, tra un dialogatore illuminato e l’altro, qualcuno si alzava per chiedere dove fosse il bagno, per tutti noi era molto difficile memorizzare il tragitto tra i due ambienti, il bagno e la sala congressi. Dovevamo percorrere vie poco convenzionali, passaggi segreti, corridoi lunghissimi poco illuminati, molto spesso i corridoi assumevano una forma a zig e zag ed erano illuminati da luci intermittenti. Era tutto sofisticatamente confuso, faticavamo a ritornare al nostro posto in tempo per riformarci, in maniera disciplinata, a quella sacra comunione di pensieri.
Molti erano rappresentati di varie aziende specializzate in ‘costruzioni di nuovi linguaggi’, altri si trovavano li solo per curiosità. Non si è mai saputo con certezza cosa cercassero quei personaggi venuti solo per curiosare, ma erano pronti a dare supporto e calore fisico a chi ne avesse bisogno, probabilmente furono chiamati a presidiare da qualcuno dei piani alti. Visto che il riscaldamento non funzionava da anni (forse non ha mai funzionato o non sarà mai stato attivato) ci saremmo dovuti ritrovare nuovamente in un posto gelido dove discutere dei nostri piani futuri, per fortuna quell'anno vennero in nostro aiuto quei personaggi curiosi che fungevano da caloriferi umani, probabilmente trattenerli li costava meno di una riparazione all’impianto di riscaldamento o di una bolletta.

Si badava molto alla cura dei particolare in quella sala, ogni postazione era addobbata di computer portatile con collegamento a intranet e una bottiglietta da 33 cl di acqua, lievemente frizzante, ottimo per venire incontro ai gusti di tutti, un giusto compromesso, come giusto era il modo in cui si comunicava, quando qualcuno era li a parlare, i computer traducevano nella lingua selezionata dall’utente, l’utente era così in grado di seguire in maniera chiara e semplice tutto il convegno ascoltando la traduzione attraverso le cuffie collegate al computer. In questo modo nessuno avrebbe dovuto più preoccuparsi di conoscere alla perfezione una lingua. Molti smisero di sudare freddo come quando fingevano di comprendere tutto quello che un loro collega arabo o cinese diceva.
Erano molto attenti anche all’estetica li dentro, le pareti di color rubino erano esattamente abbinate al pavimento, i materiali riflettevano quel tanto di luce da far sembrare tutto l’ambiente straordinariamente lussuoso e carico di un magico alone ipnotico, non so se quell’alone fosse solo il frutto della mia immaginazione o se ci fosse realmente, fatto sta che quando iniziavo a vedere quell’alone capivo che avrei dovuto prendermi una pausa, magari andando in bagno.

Bolla

Eravamo sempre li, eravamo persi, qualcuno avrebbe potuto aiutarci ma... non c’era una ricca ricompensa a disposizione, ognuno di noi aveva messo del suo per racimolare in modo modesto e onesto quel compenso, ma niente, nessuno accorse in nostro aiuto.
Furono tempi difficili, noi intrappolati tra le onde, gli scogli, i pescecane e i cani, tra di noi c’erano dei cani, ammaestrati a fare quello che non pensavamo fosse possibile fare, erano i nostri sostituti in piena regola, quando qualcuno di noi mancava all’appello come timoniere, ecco subito uno di quei cani pronto a sostituirlo, erano indispensabili, avvolte cucinavano, spesso pesce, non avevamo grandi pretese certo, era pur sempre una situazione di emergenza la nostra, tra le onde, i tuoni e le tempeste, non si può pretendere molto.
Molto spesso mi capitava di prenderne a calci qualcuno, in realtà non badavo molto a chi tiravo calci, un cane, un timoniere o un moribondo abbandonato a se stesso, in attesa di acqua potabile, come se l’acqua potabile potesse scendere dal cielo.
Ci raccontavano di quelle grandi bevute di acqua frizzante, quando c’era benessere, quando tutti eravamo stracolmi di salute, non come ora, ridotti a sognare un po di acqua frizzante.
Lontano da noi c’era una piccola isola, la riuscivamo a vedere molto bene, era chiarissima la visione, non si trattava di un miraggio, ne ero certo, era una bellissima isola, piccola ma bella, brillava quasi. Proposi come ogni giorno all’equipaggio di attraccare su quell’isola ma niente, la risposta fu sempre negativa da parte loro, dicevano sempre che una volta sbarcati li saremmo rimasti li per sempre e avremmo perso così la speranza, meglio combattere tra le onde, gli scogli, le tempeste e i pesce cane, dicevano. 
Speravo ogni giorno in un loro ripensamento, ma la risposta fu sempre negativa, non ci rimanevo male, ormai ero abituato, sia alla loro estrema convinzione che qualcuno ci fosse venuto in salvo, sia alla mia condizione di petulante e fluttuante conversatore. Ero io che portavo avanti i discorsi in quel luogo, nessuno fu più in grado di emettere un suono dopo il primo mese, erano stanchi, molto stanchi, io no invece, seppur non avendo ancora bevuto dell’acqua frizzante, mi sentivo pieno di forze mentali, quelle fisiche mi abbandonarono un po prima, forse pochi giorni dopo il primo ammutinamento, quando uno di loro cercò di uccidere tutti gli altri, diceva che era il suo dio a comandarlo, proprio come in quella storia di cui non ricordo il nome, a quanto pare non ci riuscì, dopo una lunga lotta a mani nude lo uccisi e lo gettai in mare. Mi consumò parecchio quella lotta, durò per ore, ore e ore a combattere contro quel mandante misterioso eletto da un essere divino a cui non dovevo nulla.
Dopo qualche mese presi una decisione definitiva, ero pronto a scappare da quel luogo, non ero più me stesso, mi sentivo perso ormai. L’isola era sempre li, brillava, mi gettai in mare, quelli dell’equipaggio cercarono di fermarmi invano, mi lanciavano reti, funi, cani e pescecani, ma niente, ero pronto a raggiungere quell’isola, mi urlavano che non avrei potuto avere nessuna possibilità di raggiungere quell’isola, che ero un pazzo, un uomo morto, ma io ero stanco di ascoltarli, volevo raggiungere il mio obbiettivo, l’isola era il mio obbiettivo e nessuno avrebbe potuto più fermarmi. 
Nuotai per un po, mi voltai e non vidi più quel luogo circondato da negazioni.
Dopo qualche istante giunsi a casa.

Immagini

Respirano i segnali,
si avvertono nell’ospite,
distante nei processi
ed arido nell’agire.


Convincono le gioie,
amare e convertite,
rielaborano i passaggi
già nell’oltre dimenticati.


Ridondanti oscillazioni,
bandiscono nuove leve,
cavalcheranno sui poemi
con equilibrio forsennato.


Esclusi i disincanti
di visioni implantate,
nient’altro di assoluto
per il volto dell’addio.

Check-Up

Guaine di reietti molestati.
Infinite somme giustificate.
Corsie urlanti in disuso affanno
già proiettano il tocco del tempo baciato.

Passanti di orizzonti guadagnati e severi,
simulate erosioni già viste in un passato,
per giungere cauti in un nulla mondano
mentre il resto è in attesa del morbido declino.

Servili, radianti e operosi talenti.
Carezze che passano inattese e mutanti,
memorie intrecciate al dubbio infame gioco
che su forme decostrutte si giova ormai sereno.

Rinascono nuovi sguardi fluidificati e collaudati:
in quel vuoto ricercato non si avranno più pretese.